martedì 5 febbraio 2019

Serve davvero regolamentare la prostituzione?

In Italia non c'è forse tema più controverso e discusso di quello della prostituzione. Quello che però non viene considerato è che sull'argomento c'è una tale massa di punti di vista e di considerazioni contraddittorie tra loro da essere anche a volte inconciliabili, spesso adducendo quadri e ragioni storiche e giuridiche, proponendo modelli stranieri come soluzioni ideali e cercando di imporre ragionamenti ideologici fuori dalla realtà e che non fanno il bene di nessuno.

Tuttavia prima di poter trovare una soluzione, bisogna innanzitutto riuscire ad inquadrare la fattispecie ed il problema per come si è evoluto e per come si pone attualmente.
Storicamente la prostituzione si può definire come lo scambio di un servizio di prestazioni sessuali in cambio di denaro o di altra utilità tra persone adulte e consenzienti. In seguito, il carattere dell'elargizione delle utilità è stato escluso e si è concentrato sempre più esclusivamente sull'aspetto pecuniario, escludendo formalmente tutti gli aspetti di appropriazione di altri beni materiali e di utilizzo del corpo e del sesso per ottenere lustro e posizioni altrimenti non raggiungibili, lasciando solo alla morale il giudizio su tali vicissitudini.
Quello che ad oggi risulta piuttosto confuso è il fatto che in Italia il mestiere della prostituzione non è illegale, non del tutto quantomeno: esso è regolare e legittimamente esercitato solo ed esclusivamente se effettuato in forma privata ed in un luogo di privata dimora, senza collaborazioni o intermediazioni di sorta e senza nessuno che si intaschi i profitti derivati da tale attività, nemmeno se chi si prostituisce li cede spontaneamente. Casi diversi potrebbero configurare i reati di favoreggiamento e di sfruttamento della prostituzione... con picchi paradossali nell'applicazione della normativa: per esempio la ricerca di una collega da parte di una prostituta stessa per poter meglio esercitare il mestiere potrebbe essere imputata come un tentativo di favoreggiamento. O ancora, il pagamento del compenso di una prestazione sessuale è visto in Italia come "obbligazione naturale" che può non essere adempiuta in quanto è priva di obbligatorietà giuridica e una volta pagato il prezzo non c'è modo o ragione giuridica per chiederne la restituzione, ma una prestazione goduta senza corrispondere il pagamento concordato può essere sanzionato come violenza sessuale, in quanto la prestazione non sarebbe stata altrimenti elargita senza la promessa poi non mantenuta e l'inganno del o della cliente integra giuridicamente quella coercizione che costituisce la violenza psicologica alla base del reato. Altresì il sesso con i minori, anche in cambio di un corrispettivo, è strettamente vietato e viene severamente punito non solo chi agevola, istiga o induce con qualsiasi mezzo i minori, ma anche chiunque paghi per avere favori e atti sessuali con una persona minorenne.

Come si può dedurre agevolmente da quanto descritto finora, il quadro normativo italiano in materia è particolarmente frammentato e confuso, quando non addirittura contraddittorio. E le conseguenze di questa regolamentazione frastagliata e disarmonica, piena di zone grigie più che di chiaroscuri legislativi, sono sotto gli occhi di tutti e non solo nelle strade di periferia o sulle strade provinciali alle più varie ore del giorno e soprattutto della notte.
C'è chi ritiene che la famosa Legge Merlin abbia voluto dare una soluzione ed un colpo di spugna alla materia e non si spiega come si sia arrivati a questa situazione, ma la stessa osannata legge non è stata un principio di civiltà come si è detto in passato, bensì è una delle cause della situazione attuale: è facile infatti dimenticare la situazione precedente a quella dell'emanazione della legge stessa, una situazione effettivamente molto deprimente e per certi versi drammatica, in cui le prostitute, per ragioni di finta morale spacciate per necessità di ordine pubblico, erano tutte rigorosamente e sistematicamente schedate in Questura e chiunque iniziasse in qualsiasi modo tale mestiere, non poteva poi uscirne e liberarsi di tale mondo per intraprendere qualsiasi altra carriera. Ancora oggi è purtroppo difficile tale cambiamento, ma almeno le difficoltà sono dovute alle malelingue e all'inciviltà di certi clienti, di moralisti e di perbenisti strepitanti e non c'è più la bollatura formale che era anche un inspiegabile e controverso stigma legale, prima ancora che sociale.
La Legge Merlin ha ordinato la chiusura delle cosiddette "case chiuse" e la cancellazione dei citati schedari delle Questure, andando a colpire quelli che nel bene e nel male erano solamente i simboli di un problema ben più profondo, radicato e tutt'altro che risolto: quello della dignità personale e sociale di chi esercita un mestiere ancora oggi visto come spregevole e socialmente poco o per nulla accettato. In verità, l'art. 7 della legge medesima ha cercato di dare una minima definizione in questo senso, ma è purtroppo rimasta lettera morta tanto quanto l'istituzione dell'apposito corpo di indagine dedicato in via esclusiva alla materia.
Spazzare via un simbolo tuttavia non riduce e non elimina il problema, ma consente solo di lustrare la facciata e forse la coscienza per qualche tempo, fino a quando il problema non si ripresenta in una forma anche peggiore della precedente. In questo caso, il problema è la coesistenza di due forme di prostituzione: una libera, autonoma, privata ed indipendente ed un'altra invece oggetto di tratta, sfruttamento e oppressione oltre ogni dignità e diritto umano, ad opera soprattutto, ma non solo, di manovalanze criminali straniere.
Con la chiusura delle case di tolleranza si è tolta ogni possibilità di dare una tutela fisica, giuridica, eocnomica e sanitaria a chiunque eserciti tale mestiere e ha fatto abdicare allo Stato a qualsiasi forma di controllo su tale situazione e posizione, permettendo il anzi il dilagare di nuove forme di controllo e di sfruttatori: la malavita organizzata, non solo di origini nostrane, ha avuto infatti campo libero e terreno fertile per organizzare tratte di persone da avviare alla prostituzione e territori dove esercitarla impunemente, senza riguardo a diritti e a volte anche all'età delle persone coinvolte. Allo stesso modo, la rinuncia a qualsiasi forma di controllo su tale mestiere ha comportato anche una rinuncia all'intero fiorente mercato del sesso, che mai ha conosciuto crisi e verosimilmente mai ne conoscerà per ragioni che non sono solamente giuridiche e che non pare opportuno approfondire in questa sede: quel che qui importa rilevare è che lo Stato ha più o meno consapevolmente rinunciato anche a regolamentare un mercato oggi invece esposto ai più ampi capricci, anche agghiaccianti, di chiunque abbia voglia di insinuarsi in questo ambito e ha rinunciato a tassarlo in maniera equa e regolare e a sottrarre altresì fondi e strumenti a criminali di ogni sorta e calibro, che approfittano dell'enorme ipocrisia e del diffuso velo sugli occhi per arricchirsi alle spalle della legge e sulla pelle delle persone.

In definitiva, per rispondere alla domanda che ha dato origine a questo lungo approfondimento, la risposta è che servirebbe davvero regolamentare il mondo della prostituzione in Italia: servirebbe a creare maggiore ordine nel quadro normativo italiano, a togliere ogni halibi a certe fronde di benpensanti e a cancellare una colpa storica e politica, che con la scusa ideologica di dare dignità ha finito invece per toglierla, a gettare gente sulla strada e ad aprirla a fenomeni aberranti. Servirebbe altresì alle casse erariali per trovare nuovi equilibri nella tassazione collettiva e a sottrarre risorse a soggetti ed organizzazioni che definire criminali sarebbe eufemistico e a controllare e a proteggere sotto ogni profilo chi, indipendentemente dal fatto di essere uomo, donna o transessuale, decida con tutta coscienza e consapevolezza di dedicarsi ad un mestiere tanto antico quanto solo apparentemente facile e comunque più decoroso ed onesto del dedicarsi ad una vita criminale.
Come regolamentare questo ambito è una questione completamente diversa e non è possibile fornire pareri o indicazioni senza trascendere anche nella sfera politica che è rimessa al Legislatore, ma occorre dare una nuova forma di regolamentazione, in quanto la semplice abrograzione della Legge Merlin, pur con tutti i danni che sono scaturiti da tale provvedimento, produrrebbe l'effetto nefasto di far tornare in vigore la regolamentazione previgente e farebbe quindi riemergere una serie di provvedimenti e di controlli che è bene che rimangano un retaggio del passato da non ripetere.
Per tutta la serie di ragioni sopra esposte, è bene che qualcosa si faccia e l'Italia non permanga nel limbo grigio in cui amministratori locali si muovono in ordine sparso con idee e progetti tanto contraddittori quanto l'ordinamento attuale e che nulla riescono a fare per risolvere i tanti, troppi problemi legati al sesso a pagamento.

giovedì 19 luglio 2018

Lo stupro e l'aggravante dell'ubriachezza: come stanno davvero le cose?

Una notizia di cronaca piuttosto recente riporta una vicenda piuttosto triste e che causa non poche reazioni ed è anche giusto che desti indignazione e perplessità, quando non paura nei confronti di certi soggetti: è ormai diventata tristemente nota infatti la vicenda della giovane che, dopo essersi ubriacata, è stata abusata da due uomini e l'iter giudiziario è stato piuttosto altalenante... e, purtroppo, è attualmente ancora in corso, con tutti i ritardi e le conseguenze del caso.
Il punto però per certi versi più tragico di tutta questa vicenda è dato dall fatto che i media hanno, chi più chi meno, dato dei titoli altisonanti per attirare visione e fare discutere sull'ultima pronuncia della Cassazione in merito ad un tema che non può che essere caldo e delicato al tempo stesso... ma come spesso accade quando si tentano operazioni di questo genere, i media hanno alzato un gran polverone nella maniera più sbagliata possibile: prendendo una cantonata colossale e dando il via ad una disinformazione collettiva tanto più preponderante quanto più in grado di cavalcare l'onda (mediatica) dell'indignazione.

Nel caso di specie, la vittima della violenza era in uno stato di certo non brillante o ottimale e soprattutto è finita fra le braccia di due soggetti che invece di aiutarla le hanno procurato sofferenza e dolore ed un iter giudiziario lungo e travagliato come solo quelli italiani sanno essere certe volte. Ma il punto di arrivo e quello focale della discussione è stato fatto passare per quello che non è: secondo i titoloni roboanti, la Cassazione avrebbe affermato che se la vittima di una violenza è ubriaca, allora il reato non è aggravato, ma la ricostruzione, per quanto possa attirare sguardi e accessi alla notizia, è del tutto falsa nella sostanza. Quello che la cassazione ha sancito è che l'aggravante dell'uso delle sostanze alcoliche è stata impiegata ed applicata male dalla Corte d'Appello e quindi la stessa Corte dovrà ricostruire meglio dal punto di vista processuale gli eventi per una migliore e più corretta applicazione della legge.
E d'altronde non poteva che essere così: riguardo al tema dell'intossicazione da alcol e sostanze stupefacenti vi sono numerose norme, ma in linea generale quando si parla di simili stordenti bisogna prestare molta attenzione, perché la legge punisce con aggravi specifici di pena coloro che si ubriacano o si drogano apposta per togliersi i freni inibitori o per costruirsi un halibi nella falsa convinzione che ciò possa portare a "scusare" il comportamento vietato perché commesso in uno stato di incapacità... con la "sottile" differenza che la legge prevede chiaramente come uno stato di incapacità debba essere accidentale o frutto di una malattia psichica e di certo non possa essere considerato valido uno stato di incapacità autoindotto.
A voler vedere la vicenda invece dal lato della vittima, anche in questo caso la sussistenza dell'aggravante viene a mancare: l'uso di sostanze alcoliche o stupefacenti sulla vittima è chiaramente indicato tra le circostanze aggravanti della violenza sessuale sancite dall'art. 609-ter c.p., ma la legge è altresì chiara nel richiedere che le stesse sostanze siano somministrate alla vittima da parte di chi commette poi la violenza.
Nella vicenda specifica non è mai emerso alcun dettaglio di questo genere e la vittima degli abusi ha anzi bevuto troppo di sua iniziativa. Che sia stata indotta a bere dai suoi aguzzini o da altri problemi personali non è dato saperlo e la Cassazione non è nemmeno una Corte legittimata ad approfondire tali questioni, ma ritenere che la Suprema Corte abbia "violato i diritti delle donne" o "fatto tornare indietro il diritto" per qualcosa che non si è nemmeno lontanamente verificato è uno sconveniente frutto della scarsa accuratezza delle informazioni e delle ricostruzioni più fantasiose che concrete.

Non solo: sulla scorta di tali titoli giornalistici campati per aria ed ignoranza, si è gridato allo scandalo perché non è stato punito un abuso grave, quando in realtà la sentenza di condanna sancisce anche la presenza di un'altra aggravante specifica non toccata minimamente dalla Cassazione, ossia quella della minorata difesa, derivante dalla condizione di ubriachezza in cui la donna era sprofondata.
Quindi i due violentatori sono stati condannati per violenza sessuale di gruppo aggravata dal fatto di aver consumato la violenza stessa su una persona non in grado di difendersi e meno che mai di prestare un valido consenso all'atto di cui poi è stata vittima... e per paradosso sono stati ritenuti graziati di non aver commesso un delitto aggravato come hanno invece effettivamente commesso.
Con tutta l'amarezza che il binomio tra ignoranza e disinformazione ancora una volta porta con sé, aggiungendo danni ad una vicenda già penosa.

domenica 3 giugno 2018

Come funziona l'arresto in Italia?

A seguito delle consuete e delle fin troppo ricorrenti polemiche riguardo ad una scarcerazione ritenuta “facile” o “scandalosa”, è bene chiarire i profili legali dell’arresto e della custodia cautelare in Italia.
Ancora una volta vale la premessa per cui è bene eliminare tutte le idee di sistema giudiziario che si ricollegano a film e telefilm americani.

In Italia è possibile arrestare una persona o disporne lo stato di fermo solo per determinati reati, non per tutte le condotte che siano penalmente vietate e sanzionate e a volte solo in flagranza (e non in fragranza) di reato, ossia quando il reo è colto nell’immediatezza del fatto, mentre lo sta compiendo o lo ha appena compiuto. Senza approfondire troppo questa vasta tematica, basti chiarire in linea generale che per verificare se sia possibile arrestare una persona, occorre controllare quale sia la pena prevista dal Codice Penale per la specifica condotta imputabile alla persona: non tutte le condotte infatti prevedono l'arresto obbligatorio o quello facoltativo e in linea di massima alle condotte punite con meno di cinque anni di reclusione nel massimo non consegue automaticamente l'arresto.

Quando una persona viene tratta in arresto, si deve seguire una procedura che vale per tutti: quando le forze dell’ordine eseguono un arresto, che sia in flagranza di reato o su ordine del Pubblico Ministero, esiste un limite temporale di 48 ore entro cui il PM deve richiedere al GIP (Giudice per le Indagini Preliminari) di fissare un’apposita udienza nella quale questi deve decidere solo ed unicamente della validità e della fondatezza dell’arresto effettuato, senza potersi pronunciare preventivamente sulla colpevolezza o meno della persona tratta in arresto, a meno che non si tratti di riti speciali. Dal momento della richiesta del PM, decorre un ulteriore termine di 48 ore massime perché l’udienza suddetta venga fissata e venga decisa la convalida o meno dell’arresto e le eventuali misure cautelari, che siano parametrate ai fatti e ritenute compatibili con la ricostruzione degli eventi e alla pericolosità sociale degli stessi fatti e della personalità dell’arrestato.
Qualora una di queste due scadenze non venga rispettata per qualsiasi motivo, l’arresto decade automaticamente e la persona tratta in arresto deve essere rilasciata immediatamente, senza possibilità quindi di cauzioni, detenzione indeterminata fino ad un’udienza qualsiasi o altri trattamenti di sorta che si possono vedere in uno dei citati film o telefilm di matrice statunitense.

giovedì 11 gennaio 2018

Come funzionano le elezioni in Italia

Soprattutto in tempi di campagna elettorale si comincia a dire tutto ed il contrario di tutto, a partire dagli stessi media. E in mezzo alla bolgia delle polemiche capita di sentire tante promesse e di vedere tanti simboli in cui campeggiano i nomi di vari personaggi che dovrebbero auspicabilmente diventare Presidente... ma non è poi detto che così avvenga e non solo perché quel partito non abbia vinto le elezioni.
Prova ne è la tornata elettorale del 2013, formalmente vinta dal Partito Democratico allora guidato da Pierluigi Bersani e che avrebbe dovuto farlo salire al governo, ma poi la storia recente ha visto l'insediamento a Palazzo Chigi di Enrico Letta.  E molti non si sono neanche chiesti il motivo di tale stravolgimento dei piani e dei programmi e sembrano dimenticarlo ancora adesso.
Occorre quindi fare un po' di chiarezza sulle elezioni e sul loro meccanismo fondamentale.

Il modo in cui si svolgono le elezioni è regolato dalla legge elettorale, che determina il modo ed i criteri con cui all'esito delle elezioni vengono assegnati e ripartiti i vari seggi del Parlamento ai membri dei partiti che si sono candidati alle elezioni. Si può discutere sul merito e sulla qualità delle leggi elettorali che si sono succedute e di quella attualmente in vigore, ma questo è un argomento che può infiammare i commenti politici più che quelli di diritto.
Quello che è invece importante rimarcare è che le elezioni non consegnano affatto un governo al Paese, ma solo un'assemblea parlamentare completamente formata. In altri termini, ogni volta che si indicono le elezioni, agli italiani è dato il potere di scegliere chi andrà a discutere, approvare o respingere le varie leggi e proposte di legge presentate dal Governo e/o dagli altri parlamentari. Secondo l'ordinamento giuridico, l'ordine dovrebbe essere inverso, ma la pratica degli ultimi decenni ha mostrato come il Parlamento ha progressivamente abdicato alla sua funzione di creare leggi oltre che a discuterle e si è sempre più limitato a discutere le leggi proposte dal Governo, che non avrebbe formalmente questo scopo se non per i casi urgenti.
Fatto sta che in Italia le elezioni, per dettato costituzionale, consegnano candidati alla Camera dei Deputati soggetti che abbiano almeno 25 anni di età e al Senato della Repubblica i candidati devono avere almeno 40 anni per potervi accedere. Questi sono limiti che la legge fondamentale dello Stato pone e che nessuna legge elettorale può cambiare.

Una volta che le assemblee parlamentari sono formate, solo in quel momento inizia davvero la ricerca e l'individuazione del candidato premier. La pratica consueta delle ultime tornate elettorali ha visto una progressiva anticipazione dei candidati Presidenti del Consiglio già in fase di slogan elettorali e ha in un certo qual senso personalizzato lo scontro politico e la competizione elettorale, portandola su un piano di simpatia o antipatia per i vari personaggi dello "spettacolo politico" piuttosto che sulle idee e sui programmi effettivi dei vari partiti, sull'utilità che intendono dare e sul possibile programma di governo e di leggi da approvare o modificare. Una pratica che negli USA funziona e ha una sua matrice e delle regole non scritte che governano questo modo di agire, ma che in Italia ha portato ai ben noti e tristi fenomeni del "voto contro", soprattutto a causa dell'arretratezza ideologica di certa parte degli intellettuali e degli schieramenti che dalla metà del secolo scorso fondano il loro pensiero e il loro modo di fare politica sull'individuazione e sulla successiva demonizzazione del nemico, della minaccia da abbattere ed arginare a tutti i costi e con tutti i mezzi... con risultati abbastanza sconfortanti e consegnati alla storia.
Ad ogni buon conto, è solo dopo la formazione delle Camere che può essere cercato chi governerà il Paese nel corso della legislatura eletta, perché solo in quel momento potrà essere individuata una maggioranza parlamentare che sia disposta a concedere la propria fiducia a quel dato soggetto in grado poi di formare una squadra di governo.
Ma prima ancora di riuscirci, vi è un altro passaggio fondamentale: è infatti il Presidente della Repubblica a conferire un mandato esplorativo a chi intenda creare un governo proprio per verificare se sia possibile trovare una maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Così ad esempio è avvenuto dopo le elezioni del 2013, in cui l'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito mandato esplorativo a Pierluigi Bersani, allora candidato premier del PD, perché trovasse una maggiornaza in grado di sostenere il suo possibile governo, senza tuttavia riuscirci... e successivamente, il Presidente della Repubblica ha conferito analogo incarico ad Enrico Letta, il quale è invece riuscito a trovare la fiducia di sufficienti membri del Parlamento per poter tornare con successo dal Presidente Napolitano e farsi così nominare Presidente del Consiglio.
Ed ebbene è così:in Italia il Governo non viene eletto dai cittadini. Non lo è mai stato e finché non viene modificata la Costituzione, mai lo sarà: il Presidente del Consiglio dei Ministri viene nominato dal Presidente della Repubblica a condizione che possa godere di una maggioranza nell'assemblea parlamentare in grado di sostenerlo e fintanto che ce l'abbia. Affermare che vi siano dei "governi illegittimi non votati dagli italiani" è un'affermazione che giuridicamente non ha senso ed è anzi una presa in giro a tutti gli effetti.
Nel momento in cui la fiducia del Parlamento dovesse venire meno, il Governo cadrebbe, ma questo non costituisce automaticamente un ritorno anticipato alle elezioni, perché questa sarebbe una misura estrema, la misura ultima nel caso di totale ingovernabilità: difatti solo il Presidente della Repubblica ha il potere di indire le nuove elezioni con lo scioglimento delle Camere, ma caduto un Governo se ne fa un altro, se vi è per l'appunto la possibilità che un altro individuo sia in grado di ottenere la fiducia del Parlamento e continuare così la legislatura in corso. I famosi Governi Monti, Renzi e Gentiloni, solo per citare i più recenti, sono nati in questo modo e sono stati del tutto legittimi dal punto di vista della loro formazione. Si può discutere sul loro operato e su quanto abbiano mantenuto o meno le promesse, ma queste sono argomentazioni puramente politiche, che nulla hanno a che vedere con la legittimità della loro nomina e della loro carica.
Un'ultima nota di particoaler interesse è costituita dal fatto che non necessariamente il Governo ed i Ministri debbano essere scelti nell'ambito del Parlamento: è infatti possibile che anche una figura esterna posa essere individuata dalle Camere o dal Presidente della Repubblica... anche se il ricorso a personalità esterne per la formazione di "governi tecnici" non è molto frequente.

domenica 31 dicembre 2017

Propositi per il nuovo anno? Proposte di leggi

Il 2017 si sta chiudendo con le Camere ormai sciolte e con l'impossibilità ormai di fatto e di diritto di formulare nuove leggi e il Governo rimane in carica solo per l'ordinaria amministrazione fino al giorno delle elezioni.
E in questo giorno in cui l'anno è ormai sul finire si è soliti formulare auguri e buoni propositi per il nuovo anno. In ossequio a questa tradizione, la possibilità è propizia per formulare dei buoni propositi, ma per una volta la tradizione potrebbe essere rivolta con un'altra ottica: quella di proporre al nuovo Parlamento, comunque esso sia composto, di lavorare su alcuni disegni di legge molto più utili e concreti di quelli che si sono visti negli ultimi anni.
Qui di seguito ve ne sono alcuni, corredati di relative motivazioni per cui ci potrebbe essere quella suddetta utilità.

Introduzione della responsabilità solidale dei club sportivi e degli ultras per i danni causati da questi ultimi
Purtroppo si sprecano nelle cronache gli episodi in cui gli ultras si sono scatenati in nome dello sport o di squadre sportive, quindi per motivi assolutamente futili e banali (a voler essere buoni), e hanno causato danni difficili da quantificare e più ancora da riparare. E chi paga? Purtroppo non loro, in pieno spregio al principio "chi rompe paga".
Da un certo punto di vista, è anche comprensibile: purtroppo è fisiologico che i responsabili siano difficili da identificare e spesso riescano in qualche maniera a farla franca perché non hanno nemmeno il coraggio di agire a viso aperto e anche uei pochi che vengono presi e processati, anche a volerli spreme giustamente come limoni, non hanno spesso e volentieri abbastanza fondi per riparare ai danni che hanno contribuito a causare... ma ciò che viene distrutto deve essere ricostruito e non lasciato all'abbandono e al degrado. Il punto però resta sempre uno e uno soltanto: con quali soldi? In mancanza di responsabili, alla fin della fiera paga il pubblico... ovvero, in definitiva, le tasse degli Italiani.
Ma perché anche chi non è tifoso di una data squadra in nome della quale è partita la guerriglia o magari non tifa proprio per quello sport dovrebbe essere costretto a pagare? Certo, la ricostruzione va anche a vantaggio suo, ma lui che colpa ne ha se altri poco dotati di senso civico sono andati a spaccare tutto in nome di uno sport o di una squadra sportiva? Sarebbe molto più giusto che a pagare in prima istanza sia proprio la squadra sportiva in nome della quale e per la quale si scatena la brutalità. E dato che lo sport non fa nulla per arginare il fenomeno ed arginare gli esaltati che vivono per esso, che almeno paghi la ricostruzione!

Modifica del regime di tassazione e della burocrazia
Questa è forse l'opera somma di un economista, ma ormai siamo arrivati ad un punto in cui non se ne può più: tasse, accise, gabelle, stangate, aumenti dei prezzi, rincari delle bollette, versamenti INPS, INAIL, IVA, oneri... insomma, non si sa più a questo punto cosa sia esentasse o comunque ad un prezzo ragionevole e sembra quasi che lo Stato non sappia più cosa inventarsi per far pagare ancora un po'... per concedere in cambio dei servizi di qualità altalenante. Quando poi i servizi ci sono, cosa che dovrebbe essere scontata, ma che purtroppo così non sempre è.
Certo, si può dire che la colpa sia dell'evasione fiscale e della corruzione... vero, anzi verissimo, ma non solo: la colpa è anche di una burocrazia lenta e di tempi tecnici obbligati per leggi o regolamenti obsoleti, mancanze strutturali che fa in modo di sprecare e far impiegare male le risorse a disposizione. E alcune tasse poi sono strutturate anche in maniera tale da essere difficili da comprendere e meno ancora da pagare, soprattutto contravvenendo al principio di proporzionalità delle tassazioni... anzi, il sistema attuale è praticamente tutto fuorché proporzionale.
Rendere le tasse proporzionali, proporzionate ed omogenee, tagliare i tempi tecnici, tagliare davvero i tempi morti, eliminare e semplificare i passaggi burocratici e togliere le condizioni che impediscono di ridurre le tasse sarebbero un primo passo per stare davvero bene tutti quanti. Anche perché non bisogna dimenticare un normale effetto: più una tassa è alta e più si tende a trovare alternative per ottenere lo stesso risultato voluto... e più tasse ci sono, maggiori sono i tentativi di pagarne il meno possibile.
Meno tasse, meno care e meglio impiegate per servizi più efficienti e più rapidi costituiscono il fondamento per iniziare a stare meglio, pagando tutti le giuste tasse.

Regolamentazione del mercato della prostituzione
Tagliando tutti gli indugi, la materia della prostituzione è oggi una delle più grandi zone grigie d'Italia, resa tale dalla cecità e dall'ideologia di moralismo proibizionista che hanno portato all'approvazione della Legge Merlin e dalle ipocrisie successive, che rendono illegale lo sfruttamento della prostituzione e la ricerca di persone con cui collaborare in questo settore, ma allo stesso tempo non la proibisce se viene svolta in ambito privato da singole persone, soprattutto quando questa attività avviene in appartamenti o spazi comunque privati.
Il quadro non si esaurisce certo in così poche righe e anzi molto ci sarebbe ancora da dire sui paradossi di questo settore, ma a voler vedere bene quello che si dovrebbe fare, la risposta è una sola: legalizzare e regolamentare. E farlo bene. Perché non è vero che "nessuna donna vorrebbe essere una prstituta" così come non è nemmeno vero che sia un fenomeno solo ed esclusivamente femminile: se ne parla poco e forse le proporzioni non sono le medesime, ma non bisogna dimenticare che anche uomini e transessuali sono coinvolti nel fenomeno.
Ad oggi infatti la mancanza di leggi e regolamenti compiuti permette la proliferazione di fenomeni paralegali o illegali del tutto, passando dall'evasione fiscale all'immigrazione clandestina e al conseguente sfruttamento di schiave sulle strade (e non solo), che purtroppo esercitano in concomitanza di altre persone che svolgono liberamente e volontariamente il medesimo mestiere. Mestiere non facile, tutt'altro che per tutti, ricco di sfumature, considerazioni, giudizi e (s)vantaggi, ma pur sempre un mestiere che frutta e muove parecchi soldi ogni anno. Soldi a cui lo Stato ha abdicato dai tempi dell'approvazione della citata Legge Merlin, assieme alla doverosa tutela di chi lavora in questo settore, invece che correggere le storture che vi erano all'epoca.
Ad oggi il fenomeno è tutt'altro che scomparso e anzi a tutti gli effetti la Legge Merlin ed il moralismo successivo hanno anzi aggravato e reso più fosco che mai il quadro attuale, quadro in cui ormai le stesse persone che volontariamente vi lavorano cominciano da tempo a chiedere leggi, tutele e dignità. La stessa dignità che vari governi e discorsi pubblici hanno fino ad oggi inspiegabilmente negato e che anzi hanno permesso che molte organizzazioni potessero prosperare grazie ai corpi altrui... al punto che ad oggi non è possibile a volte capire chi volontariamente si dedichi a questo mestiere e chi no.
Creare leggi, regolamenti e condizioni per esercitare con maggior sicurezza è ormai diventato doverso non solo per ottenere delle nuove risorse per diminuire le tasse allargando la base di tassazione (e andando quindi ad ampliare quanto già detto al punto precedente), ma anche per migliorare le condizioni di tutti i coinvolti e sottrarre questo ambito alle organizzazioni criminali, per poterle meglio indagare, inquisire e smantellare, liberando così persone che non vogliano esserci coinvolte e permettendo piena dignità e leale concorrenza a coloro che vogliono esercitare onestamente, alla luce del sole e della legalità... e magari senza pregiudizi.

Introduzione dell'aggravante dei motivi culturali
Nell'ambito della repressione dei fatti di reato o che sono potenzialmente tali, l'ordinamento dello Stato ha in qualche modo trascurato di regolamentare quei casi in cui dei delitti vengano commessi perché determinati o istigati da culture straniere, prime fra tutte quelle nomani... o estranee all'ordinamento pur da parte di cittadini italiani, quali ad esempio le (sub)culture mafiose. Di conseguenza la giurisprudenza, priva di un dato certo e di una norma da applicare, non ha tenuto un orientamento univoco e costante e i diversi casi non hanno un'unica applicazione.
Per questo sarebbe utile mettere un punto fermo sulla questione ed affermare che la cultura e l'ordinamento italiani non sono degli orpelli passeggeri, ma qualcosa di fondamentale e da rispettare, da cambiare forse, ma in quel caso con i giusti tempi e modi, di certo non con il crimine. E pertanto l'appartenenza ad una cultura straniera o estranea non deve essere una giustificazione o un motivo per lasciare impuniti certi fatti, ma che anzi gli stessi devono essere a maggior ragione puniti perché più offensivi dei normali reati.
Una norma quindi non pre creare discriminazione, ma per proteggere tutti coloro che, vivendo in Italia come Italiani, non debbano sentirsi minacciati di dover rispettare per forza qualcosa di radicalmente sbagliato ed estraneo.

Cancellazione della cittadinanza ai condannati per mafia
L'ordinamento italiano prevede i modi per ottenere la cittadinanza, ma anche pochi casi in cui è possibile perderla. Questo dovrebbe essere riconosciuto ed introdotto come un nuovo caso di perdita di questo importante status personale.
In relativa conseguenza alla norma auspicata poco sopra, vi è anche questa, che trova la sua causa di esistenza in una semplice considerazione: coloro che appartengono ad una cosca mafiosa, ne adottano la visione e la cultura di parassiti che si vorrebbero sostituire all'Italia, allo Stato e alle sue leggi imponendo a tutti le proprie, quasi fossero un diverso stato nello Stato.
Ebbene, come tali quindi andrebbero considerati e puniti: dei criminali che già di base si comportano come dei non-Italiani e che quindi come tali dovrebbero essere espulsi dal novero dei cittadini e trattati come appartenenti ad un'altra compagine statale... ma dal momento che non esistono altri Stati che possano ammettere legalmente cittadini e metodi del genere, logica derivazione è che questi soggetti non appartegono a nessuno Stato, ovvero siano degli apolidi. Arrivare ad una condanna penale definitiva per delitti di criminalità organizzata è un percorso lungo, articolato, ma che alla fine lascia pochi margini di dubbio in merito. E che non merita sconti o pietà.
Un'unica eccezione a questo principio ci dovrebbe essere: i pentiti di mafia. Pentiti autentici, non di circostanza, che davvero dimostrino di voler rimanere italiani e non mafiosi estranei alla nostra cultura.


Questi sono alcuni buoni propositi di miglioramento della legge italiana che andrebbero presi e magari realizzati entro i primi mesi dell'anno che verrà, ma che concretamente potrebbero prendere molto più tempo per essere strutturati ed approvati.
E voi? Quali altri buoni propositi avete nel cassetto?

giovedì 2 novembre 2017

Come si può rinunciare alla patria potestà?

La domanda, che purtroppo si sente sempre più di frequente in ambito di separazioni personali e divorzi, ha una sola risposta: non si può.
Il "rimedio" migliore nel caso in cui la responsabilità genitoriale non sia un onere gradito è semplicemente quello di non assumersela evitando di generare dei figli. Nel momento in cui questi nascono, i genitori hanno il diritto e il dovere di occuparsi di tutti i figli, con tutte le conseguenze del caso e indipendentemente dal fatto che siano nati nati dentro o fuori dal matrimonio o in prime, seconde o terze nozze.
Perdere la potestà genitoriale (oggi chiamata responsabilità genitoriale per vezzi di politcally correct che possono apparire anche opinabili) è una conseguenza piuttosto seria, che l'ordinamento riserva solo ed esclusivamente a casi di violazioni piuttosto gravi della legge che mettono in pericolo i figli e il loro benessere, quando non la loro stessa sopravvivenza. E come tale, può essere disposta solo da un giudice al termine di un apposito processo.

La sospensione o la revoca della responsabilità genitoriale può essere affrontata sotto due ottiche distinte, ma unite dalla stessa ragione di fondo.
Il primo punto di vista rilevante è quello penalistico: vi sono alcuni reati previsti nell'ordinamento, uno fra tutti quello di maltrattamenti, volti a tutelare i membri della famiglia e una volta commessi i quali il giudice non solo infligge una sanzione che può consistere in anni di galera e/o in una multa anche molto salata da pagare allo Stato per aver violato una sua disposizione e la pace sociale e familiare (e soprattutto per aver messo volontariamente in pericolo la vita, la salute ed il benessere dei figli, che l'ordinamento tutela), ma revoca anche la responsabilità genitoriale a titolo di ulteriore sanzione. Questo significa che dal punto di vista penalistico, perdere la responsabilità genitoriale è e deve essere considerata da tutti come una vera e propria punizione, che priva a tempo (in)determinato della possibilità di prendere qualsiasi decisione inerente alla vita dei propri figli.
Dal punto di vista civilistico, gli esempi della casistica abbondano: trascurare o peggio ancora abbandonare i figli, non mantenerli e non educarli adeguatamente, maltrattarli e distoglierli dai loro talenti e dalle loro inclinazioni naturali sono solo alcune delle possibili malversazioni che possono giustificare il ricorso al giudice affinché prenda i debiti provvedimenti, incluso allontanare il genitore lontano dal modello ideale e neutralizzarlo togliendogli ogni potere connesso alla responsabilità genitoriale. E magari anche disporre un risarcimento per il male già compiuto, qualora ne venga fatta apposita richiesta. Ancora una volta appare chiaro come il fine della legge sia uno solo: prevenire il male ulteriore che potrebbe derivare ai figli dalla vicinanza di un soggetto che si dimostra incapace e disinteressato a provvedere a loro, nella migliore delle ipotesi.

Entrambe le visioni esposte brevemente più sopra dovrebbero rendere un'idea del punto focale: la responsabilità genitoriale è un insieme di diritti e di doveri che nascono in capo alla persona per il fatto di dare alla luce una nuova persona: sono diritti e doveri connessi alla cura dei nuovi nati, alla loro tutela e al loro sviluppo finché non diventano uomini e donne adulti ed indipendenti.
Si tratta in altri termini di responsabilità a cui non ci si può sottrarre volontariamente, soprattutto se il fine è quello più gretto e becero di "risparmiare" a scapito degli altri... e a questo proposito, c'è una brutta notizia per coloro che una volta revocata la potestà genitoriale pensano di non pagare più il mantenimento dei figli, magari dopo una separazione o il divorzio: la sospensione o la revoca della responsabilità genitoriale non fanno venire meno l'obbligo di mantenimento, in quanto questo è un obbligo inderogabile derivato dall'essere genitori e non dall'essere responsabili dei figli. In un certo qual senso, si potrebbe anche dire che l'ordinamento punisce ancora ed in maniera più marcata coloro che si comportano male nei confronti dei figli. Una punizione più che congrua e ben meritata.
L'unico vero rimedio per non pagare passa per la prevenzione e dal non diventare genitori. Anche perché, come l'ordinamento stesso tende ad affermare fra le norme, a cosa serve mettere al mondo dei figli se poi non si vuole loro bene e non si è pronti e disposti ad affrontare tutte le responsabilità che comporta l'essere genitori?

martedì 24 ottobre 2017

Commento polemico alle polemiche post-referendum lombardo-veneto

Chi segue da più tempo l'iniziativa "Parliamo di Diritto" avrà potuto osservare come in occasione delle varie consultazioni referendarie siano state fornite diverse istruzioni, indicazioni e soprattutto spiegazioni del valore legale e dell'impotanza dei vari referendum, cercando di vedere oltre le singole visioni di "campagna elettorale" e lasciando allo stesso tempo ogni valutazione politica al singolo apprezzamento personale. Ogni commento seguito all'esito dei referendum stessi è stato poi affidato alle valutazioni singole e personali estranee a questo spazio.
Questa volta invece non è purtroppo possibile rimanere in silenzio di fronte al fiorire di numerosi articoli, affermazioni e frainendimenti che il referndum lombardo-veneto sta portando con sé e occorre quindi chiarire, di nuovo, alcuni concetti fondamentali.
 
1) Nessuna delle due Regioni ha mai votato o inteso votare per diventare indipendente o per staccarsi dall'Italia: per quanto questo potesse essere l'utopico ed impossibile sogno di Umberto Bossi e della vecchia corrente della Lega Nord, questo progetto è ormai superato e ad oggi nessuno dotato di un minimo di intelletto e buona fede potrebbe affermarlo senza che sia uno scherzo o senza essere consapevole che realizzare una cosa del genere sarebbe uno strappo alla tanto esaltata Costituzione.
Tant'è che si è votato per l'autonomia di queste Regioni (v. oltre).
2) Anche se per assurdo si fosse votato per l'indipendenza, con quale coraggio si sarebbe potuto proclamare con un semplice referendum consultivo (che ha lo stesso valore di un sondaggio) e non invece con un atto come quello con cui si è scelto di passare dalla monarchia alla repubblica?
3) Non è chiaro e a questo punto si dovrebbe anche spiegare come accidenti sia possibile anche solo pensare che "autonomia" ed "indipendenza" siano sinonimi. 
A livello giuridico soprattutto, ogni parola ha il suo significato preciso e non può essere confuso con altri.
Giusto per chiarire a grandi linee, avere autonomia, significa avere libertà di esercitare opzioni e competenze senza avere troppi vincoli dall'alto, ma sempre e comunque in inconfondibile posizione subalterna a qualche altro ente superiore (in questo caso dello Stato Italiano); indipendenza invece significa che nessuno dei due enti è in rapporto subalterno all'altro, ma sono in piano di parità... come l'Italia e San Marino, per fare un esmpio pratico.
Quindi, visto che il referndum è stato per l'autonomia, è escluso che fosse destinato all'indipendenza o ad ottenerla.
4) Non è cambiato niente e nulla potrebbe nemmeno cambiare in tempi brevi: come già esposto in precedenza, questo referendum è consultivo, quindi non ha valore legale. Ma soprattutto questa è stata una mossa squisitamente ed esclusivamente politica.
Altro non è stato che una legittimazione popolare delle Giunte delle due Regioni coinvolte ad avviare le trattative con il Governo per ottenere una diversa distribuzione delle competenze già previste dalla Costituzione. In parole povere, per cambiare la distribuzione dei poteri già esistenti, nulla più e nulla di meno.
5) I costi ci sono stati e non ci si può fare nulla.
Qualunque cosa se ne possa pensare, ormai però il referendum è passato ed è finito. Si spera che le spese fatte dalla Regione Lombardia siano una tantum e che i costi vengano abbattuti ed ammortizzati nelle votazioni successive, ma toccherà al governo a questo punto estendere la modalità di voto elettronico al resto del Paese e magari raffinare le procedure.
Quel che è certo è che continuare a polemizzare su questo aspetto significa solo piangere sul latte versato, come si suol dire. Non sarebbe il caso di impiegare le proprie forze mentali su altri aspetti più importanti ed attuali?
6) Il voto elettronico ha o non ha funzionato?
Dal momento che questa è una materia ancora sperimentale, una prova potrebbe non essere sufficiente a dire sì o no. Andrebbe ripetuta per poter essere raffinata. Schierarsi apertamente e preventivamente pro o contro una tecnologia che potrebbe prevenire fenomeni di scrutatori partigiani e brogli elettorali senza prima capire nel merito se funzionerà a dovere e se e quali procedure vi siano da raffinare equivale ad avere troppe speranze preventive nella tecnologia o una coda di paglia lunga fino alla frontiera.

Altre polemiche che possono essere segnalate saranno affrontate nel merito e nei casi specifici.