giovedì 11 gennaio 2018

Come funzionano le elezioni in Italia

Soprattutto in tempi di campagna elettorale si comincia a dire tutto ed il contrario di tutto, a partire dagli stessi media. E in mezzo alla bolgia delle polemiche capita di sentire tante promesse e di vedere tanti simboli in cui campeggiano i nomi di vari personaggi che dovrebbero auspicabilmente diventare Presidente... ma non è poi detto che così avvenga e non solo perché quel partito non abbia vinto le elezioni.
Prova ne è la tornata elettorale del 2013, formalmente vinta dal Partito Democratico allora guidato da Pierluigi Bersani e che avrebbe dovuto farlo salire al governo, ma poi la storia recente ha visto l'insediamento a Palazzo Chigi di Enrico Letta.  E molti non si sono neanche chiesti il motivo di tale stravolgimento dei piani e dei programmi e sembrano dimenticarlo ancora adesso.
Occorre quindi fare un po' di chiarezza sulle elezioni e sul loro meccanismo fondamentale.

Il modo in cui si svolgono le elezioni è regolato dalla legge elettorale, che determina il modo ed i criteri con cui all'esito delle elezioni vengono assegnati e ripartiti i vari seggi del Parlamento ai membri dei partiti che si sono candidati alle elezioni. Si può discutere sul merito e sulla qualità delle leggi elettorali che si sono succedute e di quella attualmente in vigore, ma questo è un argomento che può infiammare i commenti politici più che quelli di diritto.
Quello che è invece importante rimarcare è che le elezioni non consegnano affatto un governo al Paese, ma solo un'assemblea parlamentare completamente formata. In altri termini, ogni volta che si indicono le elezioni, agli italiani è dato il potere di scegliere chi andrà a discutere, approvare o respingere le varie leggi e proposte di legge presentate dal Governo e/o dagli altri parlamentari. Secondo l'ordinamento giuridico, l'ordine dovrebbe essere inverso, ma la pratica degli ultimi decenni ha mostrato come il Parlamento ha progressivamente abdicato alla sua funzione di creare leggi oltre che a discuterle e si è sempre più limitato a discutere le leggi proposte dal Governo, che non avrebbe formalmente questo scopo se non per i casi urgenti.
Fatto sta che in Italia le elezioni, per dettato costituzionale, consegnano candidati alla Camera dei Deputati soggetti che abbiano almeno 25 anni di età e al Senato della Repubblica i candidati devono avere almeno 40 anni per potervi accedere. Questi sono limiti che la legge fondamentale dello Stato pone e che nessuna legge elettorale può cambiare.

Una volta che le assemblee parlamentari sono formate, solo in quel momento inizia davvero la ricerca e l'individuazione del candidato premier. La pratica consueta delle ultime tornate elettorali ha visto una progressiva anticipazione dei candidati Presidenti del Consiglio già in fase di slogan elettorali e ha in un certo qual senso personalizzato lo scontro politico e la competizione elettorale, portandola su un piano di simpatia o antipatia per i vari personaggi dello "spettacolo politico" piuttosto che sulle idee e sui programmi effettivi dei vari partiti, sull'utilità che intendono dare e sul possibile programma di governo e di leggi da approvare o modificare. Una pratica che negli USA funziona e ha una sua matrice e delle regole non scritte che governano questo modo di agire, ma che in Italia ha portato ai ben noti e tristi fenomeni del "voto contro", soprattutto a causa dell'arretratezza ideologica di certa parte degli intellettuali e degli schieramenti che dalla metà del secolo scorso fondano il loro pensiero e il loro modo di fare politica sull'individuazione e sulla successiva demonizzazione del nemico, della minaccia da abbattere ed arginare a tutti i costi e con tutti i mezzi... con risultati abbastanza sconfortanti e consegnati alla storia.
Ad ogni buon conto, è solo dopo la formazione delle Camere che può essere cercato chi governerà il Paese nel corso della legislatura eletta, perché solo in quel momento potrà essere individuata una maggioranza parlamentare che sia disposta a concedere la propria fiducia a quel dato soggetto in grado poi di formare una squadra di governo.
Ma prima ancora di riuscirci, vi è un altro passaggio fondamentale: è infatti il Presidente della Repubblica a conferire un mandato esplorativo a chi intenda creare un governo proprio per verificare se sia possibile trovare una maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Così ad esempio è avvenuto dopo le elezioni del 2013, in cui l'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito mandato esplorativo a Pierluigi Bersani, allora candidato premier del PD, perché trovasse una maggiornaza in grado di sostenere il suo possibile governo, senza tuttavia riuscirci... e successivamente, il Presidente della Repubblica ha conferito analogo incarico ad Enrico Letta, il quale è invece riuscito a trovare la fiducia di sufficienti membri del Parlamento per poter tornare con successo dal Presidente Napolitano e farsi così nominare Presidente del Consiglio.
Ed ebbene è così:in Italia il Governo non viene eletto dai cittadini. Non lo è mai stato e finché non viene modificata la Costituzione, mai lo sarà: il Presidente del Consiglio dei Ministri viene nominato dal Presidente della Repubblica a condizione che possa godere di una maggioranza nell'assemblea parlamentare in grado di sostenerlo e fintanto che ce l'abbia. Affermare che vi siano dei "governi illegittimi non votati dagli italiani" è un'affermazione che giuridicamente non ha senso ed è anzi una presa in giro a tutti gli effetti.
Nel momento in cui la fiducia del Parlamento dovesse venire meno, il Governo cadrebbe, ma questo non costituisce automaticamente un ritorno anticipato alle elezioni, perché questa sarebbe una misura estrema, la misura ultima nel caso di totale ingovernabilità: difatti solo il Presidente della Repubblica ha il potere di indire le nuove elezioni con lo scioglimento delle Camere, ma caduto un Governo se ne fa un altro, se vi è per l'appunto la possibilità che un altro individuo sia in grado di ottenere la fiducia del Parlamento e continuare così la legislatura in corso. I famosi Governi Monti, Renzi e Gentiloni, solo per citare i più recenti, sono nati in questo modo e sono stati del tutto legittimi dal punto di vista della loro formazione. Si può discutere sul loro operato e su quanto abbiano mantenuto o meno le promesse, ma queste sono argomentazioni puramente politiche, che nulla hanno a che vedere con la legittimità della loro nomina e della loro carica.
Un'ultima nota di particoaler interesse è costituita dal fatto che non necessariamente il Governo ed i Ministri debbano essere scelti nell'ambito del Parlamento: è infatti possibile che anche una figura esterna posa essere individuata dalle Camere o dal Presidente della Repubblica... anche se il ricorso a personalità esterne per la formazione di "governi tecnici" non è molto frequente.

domenica 31 dicembre 2017

Propositi per il nuovo anno? Proposte di leggi

Il 2017 si sta chiudendo con le Camere ormai sciolte e con l'impossibilità ormai di fatto e di diritto di formulare nuove leggi e il Governo rimane in carica solo per l'ordinaria amministrazione fino al giorno delle elezioni.
E in questo giorno in cui l'anno è ormai sul finire si è soliti formulare auguri e buoni propositi per il nuovo anno. In ossequio a questa tradizione, la possibilità è propizia per formulare dei buoni propositi, ma per una volta la tradizione potrebbe essere rivolta con un'altra ottica: quella di proporre al nuovo Parlamento, comunque esso sia composto, di lavorare su alcuni disegni di legge molto più utili e concreti di quelli che si sono visti negli ultimi anni.
Qui di seguito ve ne sono alcuni, corredati di relative motivazioni per cui ci potrebbe essere quella suddetta utilità.

Introduzione della responsabilità solidale dei club sportivi e degli ultras per i danni causati da questi ultimi
Purtroppo si sprecano nelle cronache gli episodi in cui gli ultras si sono scatenati in nome dello sport o di squadre sportive, quindi per motivi assolutamente futili e banali (a voler essere buoni), e hanno causato danni difficili da quantificare e più ancora da riparare. E chi paga? Purtroppo non loro, in pieno spregio al principio "chi rompe paga".
Da un certo punto di vista, è anche comprensibile: purtroppo è fisiologico che i responsabili siano difficili da identificare e spesso riescano in qualche maniera a farla franca perché non hanno nemmeno il coraggio di agire a viso aperto e anche uei pochi che vengono presi e processati, anche a volerli spreme giustamente come limoni, non hanno spesso e volentieri abbastanza fondi per riparare ai danni che hanno contribuito a causare... ma ciò che viene distrutto deve essere ricostruito e non lasciato all'abbandono e al degrado. Il punto però resta sempre uno e uno soltanto: con quali soldi? In mancanza di responsabili, alla fin della fiera paga il pubblico... ovvero, in definitiva, le tasse degli Italiani.
Ma perché anche chi non è tifoso di una data squadra in nome della quale è partita la guerriglia o magari non tifa proprio per quello sport dovrebbe essere costretto a pagare? Certo, la ricostruzione va anche a vantaggio suo, ma lui che colpa ne ha se altri poco dotati di senso civico sono andati a spaccare tutto in nome di uno sport o di una squadra sportiva? Sarebbe molto più giusto che a pagare in prima istanza sia proprio la squadra sportiva in nome della quale e per la quale si scatena la brutalità. E dato che lo sport non fa nulla per arginare il fenomeno ed arginare gli esaltati che vivono per esso, che almeno paghi la ricostruzione!

Modifica del regime di tassazione e della burocrazia
Questa è forse l'opera somma di un economista, ma ormai siamo arrivati ad un punto in cui non se ne può più: tasse, accise, gabelle, stangate, aumenti dei prezzi, rincari delle bollette, versamenti INPS, INAIL, IVA, oneri... insomma, non si sa più a questo punto cosa sia esentasse o comunque ad un prezzo ragionevole e sembra quasi che lo Stato non sappia più cosa inventarsi per far pagare ancora un po'... per concedere in cambio dei servizi di qualità altalenante. Quando poi i servizi ci sono, cosa che dovrebbe essere scontata, ma che purtroppo così non sempre è.
Certo, si può dire che la colpa sia dell'evasione fiscale e della corruzione... vero, anzi verissimo, ma non solo: la colpa è anche di una burocrazia lenta e di tempi tecnici obbligati per leggi o regolamenti obsoleti, mancanze strutturali che fa in modo di sprecare e far impiegare male le risorse a disposizione. E alcune tasse poi sono strutturate anche in maniera tale da essere difficili da comprendere e meno ancora da pagare, soprattutto contravvenendo al principio di proporzionalità delle tassazioni... anzi, il sistema attuale è praticamente tutto fuorché proporzionale.
Rendere le tasse proporzionali, proporzionate ed omogenee, tagliare i tempi tecnici, tagliare davvero i tempi morti, eliminare e semplificare i passaggi burocratici e togliere le condizioni che impediscono di ridurre le tasse sarebbero un primo passo per stare davvero bene tutti quanti. Anche perché non bisogna dimenticare un normale effetto: più una tassa è alta e più si tende a trovare alternative per ottenere lo stesso risultato voluto... e più tasse ci sono, maggiori sono i tentativi di pagarne il meno possibile.
Meno tasse, meno care e meglio impiegate per servizi più efficienti e più rapidi costituiscono il fondamento per iniziare a stare meglio, pagando tutti le giuste tasse.

Regolamentazione del mercato della prostituzione
Tagliando tutti gli indugi, la materia della prostituzione è oggi una delle più grandi zone grigie d'Italia, resa tale dalla cecità e dall'ideologia di moralismo proibizionista che hanno portato all'approvazione della Legge Merlin e dalle ipocrisie successive, che rendono illegale lo sfruttamento della prostituzione e la ricerca di persone con cui collaborare in questo settore, ma allo stesso tempo non la proibisce se viene svolta in ambito privato da singole persone, soprattutto quando questa attività avviene in appartamenti o spazi comunque privati.
Il quadro non si esaurisce certo in così poche righe e anzi molto ci sarebbe ancora da dire sui paradossi di questo settore, ma a voler vedere bene quello che si dovrebbe fare, la risposta è una sola: legalizzare e regolamentare. E farlo bene. Perché non è vero che "nessuna donna vorrebbe essere una prstituta" così come non è nemmeno vero che sia un fenomeno solo ed esclusivamente femminile: se ne parla poco e forse le proporzioni non sono le medesime, ma non bisogna dimenticare che anche uomini e transessuali sono coinvolti nel fenomeno.
Ad oggi infatti la mancanza di leggi e regolamenti compiuti permette la proliferazione di fenomeni paralegali o illegali del tutto, passando dall'evasione fiscale all'immigrazione clandestina e al conseguente sfruttamento di schiave sulle strade (e non solo), che purtroppo esercitano in concomitanza di altre persone che svolgono liberamente e volontariamente il medesimo mestiere. Mestiere non facile, tutt'altro che per tutti, ricco di sfumature, considerazioni, giudizi e (s)vantaggi, ma pur sempre un mestiere che frutta e muove parecchi soldi ogni anno. Soldi a cui lo Stato ha abdicato dai tempi dell'approvazione della citata Legge Merlin, assieme alla doverosa tutela di chi lavora in questo settore, invece che correggere le storture che vi erano all'epoca.
Ad oggi il fenomeno è tutt'altro che scomparso e anzi a tutti gli effetti la Legge Merlin ed il moralismo successivo hanno anzi aggravato e reso più fosco che mai il quadro attuale, quadro in cui ormai le stesse persone che volontariamente vi lavorano cominciano da tempo a chiedere leggi, tutele e dignità. La stessa dignità che vari governi e discorsi pubblici hanno fino ad oggi inspiegabilmente negato e che anzi hanno permesso che molte organizzazioni potessero prosperare grazie ai corpi altrui... al punto che ad oggi non è possibile a volte capire chi volontariamente si dedichi a questo mestiere e chi no.
Creare leggi, regolamenti e condizioni per esercitare con maggior sicurezza è ormai diventato doverso non solo per ottenere delle nuove risorse per diminuire le tasse allargando la base di tassazione (e andando quindi ad ampliare quanto già detto al punto precedente), ma anche per migliorare le condizioni di tutti i coinvolti e sottrarre questo ambito alle organizzazioni criminali, per poterle meglio indagare, inquisire e smantellare, liberando così persone che non vogliano esserci coinvolte e permettendo piena dignità e leale concorrenza a coloro che vogliono esercitare onestamente, alla luce del sole e della legalità... e magari senza pregiudizi.

Introduzione dell'aggravante dei motivi culturali
Nell'ambito della repressione dei fatti di reato o che sono potenzialmente tali, l'ordinamento dello Stato ha in qualche modo trascurato di regolamentare quei casi in cui dei delitti vengano commessi perché determinati o istigati da culture straniere, prime fra tutte quelle nomani... o estranee all'ordinamento pur da parte di cittadini italiani, quali ad esempio le (sub)culture mafiose. Di conseguenza la giurisprudenza, priva di un dato certo e di una norma da applicare, non ha tenuto un orientamento univoco e costante e i diversi casi non hanno un'unica applicazione.
Per questo sarebbe utile mettere un punto fermo sulla questione ed affermare che la cultura e l'ordinamento italiani non sono degli orpelli passeggeri, ma qualcosa di fondamentale e da rispettare, da cambiare forse, ma in quel caso con i giusti tempi e modi, di certo non con il crimine. E pertanto l'appartenenza ad una cultura straniera o estranea non deve essere una giustificazione o un motivo per lasciare impuniti certi fatti, ma che anzi gli stessi devono essere a maggior ragione puniti perché più offensivi dei normali reati.
Una norma quindi non pre creare discriminazione, ma per proteggere tutti coloro che, vivendo in Italia come Italiani, non debbano sentirsi minacciati di dover rispettare per forza qualcosa di radicalmente sbagliato ed estraneo.

Cancellazione della cittadinanza ai condannati per mafia
L'ordinamento italiano prevede i modi per ottenere la cittadinanza, ma anche pochi casi in cui è possibile perderla. Questo dovrebbe essere riconosciuto ed introdotto come un nuovo caso di perdita di questo importante status personale.
In relativa conseguenza alla norma auspicata poco sopra, vi è anche questa, che trova la sua causa di esistenza in una semplice considerazione: coloro che appartengono ad una cosca mafiosa, ne adottano la visione e la cultura di parassiti che si vorrebbero sostituire all'Italia, allo Stato e alle sue leggi imponendo a tutti le proprie, quasi fossero un diverso stato nello Stato.
Ebbene, come tali quindi andrebbero considerati e puniti: dei criminali che già di base si comportano come dei non-Italiani e che quindi come tali dovrebbero essere espulsi dal novero dei cittadini e trattati come appartenenti ad un'altra compagine statale... ma dal momento che non esistono altri Stati che possano ammettere legalmente cittadini e metodi del genere, logica derivazione è che questi soggetti non appartegono a nessuno Stato, ovvero siano degli apolidi. Arrivare ad una condanna penale definitiva per delitti di criminalità organizzata è un percorso lungo, articolato, ma che alla fine lascia pochi margini di dubbio in merito. E che non merita sconti o pietà.
Un'unica eccezione a questo principio ci dovrebbe essere: i pentiti di mafia. Pentiti autentici, non di circostanza, che davvero dimostrino di voler rimanere italiani e non mafiosi estranei alla nostra cultura.


Questi sono alcuni buoni propositi di miglioramento della legge italiana che andrebbero presi e magari realizzati entro i primi mesi dell'anno che verrà, ma che concretamente potrebbero prendere molto più tempo per essere strutturati ed approvati.
E voi? Quali altri buoni propositi avete nel cassetto?

giovedì 2 novembre 2017

Come si può rinunciare alla patria potestà?

La domanda, che purtroppo si sente sempre più di frequente in ambito di separazioni personali e divorzi, ha una sola risposta: non si può.
Il "rimedio" migliore nel caso in cui la responsabilità genitoriale non sia un onere gradito è semplicemente quello di non assumersela evitando di generare dei figli. Nel momento in cui questi nascono, i genitori hanno il diritto e il dovere di occuparsi di tutti i figli, con tutte le conseguenze del caso e indipendentemente dal fatto che siano nati nati dentro o fuori dal matrimonio o in prime, seconde o terze nozze.
Perdere la potestà genitoriale (oggi chiamata responsabilità genitoriale per vezzi di politcally correct che possono apparire anche opinabili) è una conseguenza piuttosto seria, che l'ordinamento riserva solo ed esclusivamente a casi di violazioni piuttosto gravi della legge che mettono in pericolo i figli e il loro benessere, quando non la loro stessa sopravvivenza. E come tale, può essere disposta solo da un giudice al termine di un apposito processo.

La sospensione o la revoca della responsabilità genitoriale può essere affrontata sotto due ottiche distinte, ma unite dalla stessa ragione di fondo.
Il primo punto di vista rilevante è quello penalistico: vi sono alcuni reati previsti nell'ordinamento, uno fra tutti quello di maltrattamenti, volti a tutelare i membri della famiglia e una volta commessi i quali il giudice non solo infligge una sanzione che può consistere in anni di galera e/o in una multa anche molto salata da pagare allo Stato per aver violato una sua disposizione e la pace sociale e familiare (e soprattutto per aver messo volontariamente in pericolo la vita, la salute ed il benessere dei figli, che l'ordinamento tutela), ma revoca anche la responsabilità genitoriale a titolo di ulteriore sanzione. Questo significa che dal punto di vista penalistico, perdere la responsabilità genitoriale è e deve essere considerata da tutti come una vera e propria punizione, che priva a tempo (in)determinato della possibilità di prendere qualsiasi decisione inerente alla vita dei propri figli.
Dal punto di vista civilistico, gli esempi della casistica abbondano: trascurare o peggio ancora abbandonare i figli, non mantenerli e non educarli adeguatamente, maltrattarli e distoglierli dai loro talenti e dalle loro inclinazioni naturali sono solo alcune delle possibili malversazioni che possono giustificare il ricorso al giudice affinché prenda i debiti provvedimenti, incluso allontanare il genitore lontano dal modello ideale e neutralizzarlo togliendogli ogni potere connesso alla responsabilità genitoriale. E magari anche disporre un risarcimento per il male già compiuto, qualora ne venga fatta apposita richiesta. Ancora una volta appare chiaro come il fine della legge sia uno solo: prevenire il male ulteriore che potrebbe derivare ai figli dalla vicinanza di un soggetto che si dimostra incapace e disinteressato a provvedere a loro, nella migliore delle ipotesi.

Entrambe le visioni esposte brevemente più sopra dovrebbero rendere un'idea del punto focale: la responsabilità genitoriale è un insieme di diritti e di doveri che nascono in capo alla persona per il fatto di dare alla luce una nuova persona: sono diritti e doveri connessi alla cura dei nuovi nati, alla loro tutela e al loro sviluppo finché non diventano uomini e donne adulti ed indipendenti.
Si tratta in altri termini di responsabilità a cui non ci si può sottrarre volontariamente, soprattutto se il fine è quello più gretto e becero di "risparmiare" a scapito degli altri... e a questo proposito, c'è una brutta notizia per coloro che una volta revocata la potestà genitoriale pensano di non pagare più il mantenimento dei figli, magari dopo una separazione o il divorzio: la sospensione o la revoca della responsabilità genitoriale non fanno venire meno l'obbligo di mantenimento, in quanto questo è un obbligo inderogabile derivato dall'essere genitori e non dall'essere responsabili dei figli. In un certo qual senso, si potrebbe anche dire che l'ordinamento punisce ancora ed in maniera più marcata coloro che si comportano male nei confronti dei figli. Una punizione più che congrua e ben meritata.
L'unico vero rimedio per non pagare passa per la prevenzione e dal non diventare genitori. Anche perché, come l'ordinamento stesso tende ad affermare fra le norme, a cosa serve mettere al mondo dei figli se poi non si vuole loro bene e non si è pronti e disposti ad affrontare tutte le responsabilità che comporta l'essere genitori?

martedì 24 ottobre 2017

Commento polemico alle polemiche post-referendum lombardo-veneto

Chi segue da più tempo l'iniziativa "Parliamo di Diritto" avrà potuto osservare come in occasione delle varie consultazioni referendarie siano state fornite diverse istruzioni, indicazioni e soprattutto spiegazioni del valore legale e dell'impotanza dei vari referendum, cercando di vedere oltre le singole visioni di "campagna elettorale" e lasciando allo stesso tempo ogni valutazione politica al singolo apprezzamento personale. Ogni commento seguito all'esito dei referendum stessi è stato poi affidato alle valutazioni singole e personali estranee a questo spazio.
Questa volta invece non è purtroppo possibile rimanere in silenzio di fronte al fiorire di numerosi articoli, affermazioni e frainendimenti che il referndum lombardo-veneto sta portando con sé e occorre quindi chiarire, di nuovo, alcuni concetti fondamentali.
 
1) Nessuna delle due Regioni ha mai votato o inteso votare per diventare indipendente o per staccarsi dall'Italia: per quanto questo potesse essere l'utopico ed impossibile sogno di Umberto Bossi e della vecchia corrente della Lega Nord, questo progetto è ormai superato e ad oggi nessuno dotato di un minimo di intelletto e buona fede potrebbe affermarlo senza che sia uno scherzo o senza essere consapevole che realizzare una cosa del genere sarebbe uno strappo alla tanto esaltata Costituzione.
Tant'è che si è votato per l'autonomia di queste Regioni (v. oltre).
2) Anche se per assurdo si fosse votato per l'indipendenza, con quale coraggio si sarebbe potuto proclamare con un semplice referendum consultivo (che ha lo stesso valore di un sondaggio) e non invece con un atto come quello con cui si è scelto di passare dalla monarchia alla repubblica?
3) Non è chiaro e a questo punto si dovrebbe anche spiegare come accidenti sia possibile anche solo pensare che "autonomia" ed "indipendenza" siano sinonimi. 
A livello giuridico soprattutto, ogni parola ha il suo significato preciso e non può essere confuso con altri.
Giusto per chiarire a grandi linee, avere autonomia, significa avere libertà di esercitare opzioni e competenze senza avere troppi vincoli dall'alto, ma sempre e comunque in inconfondibile posizione subalterna a qualche altro ente superiore (in questo caso dello Stato Italiano); indipendenza invece significa che nessuno dei due enti è in rapporto subalterno all'altro, ma sono in piano di parità... come l'Italia e San Marino, per fare un esmpio pratico.
Quindi, visto che il referndum è stato per l'autonomia, è escluso che fosse destinato all'indipendenza o ad ottenerla.
4) Non è cambiato niente e nulla potrebbe nemmeno cambiare in tempi brevi: come già esposto in precedenza, questo referendum è consultivo, quindi non ha valore legale. Ma soprattutto questa è stata una mossa squisitamente ed esclusivamente politica.
Altro non è stato che una legittimazione popolare delle Giunte delle due Regioni coinvolte ad avviare le trattative con il Governo per ottenere una diversa distribuzione delle competenze già previste dalla Costituzione. In parole povere, per cambiare la distribuzione dei poteri già esistenti, nulla più e nulla di meno.
5) I costi ci sono stati e non ci si può fare nulla.
Qualunque cosa se ne possa pensare, ormai però il referendum è passato ed è finito. Si spera che le spese fatte dalla Regione Lombardia siano una tantum e che i costi vengano abbattuti ed ammortizzati nelle votazioni successive, ma toccherà al governo a questo punto estendere la modalità di voto elettronico al resto del Paese e magari raffinare le procedure.
Quel che è certo è che continuare a polemizzare su questo aspetto significa solo piangere sul latte versato, come si suol dire. Non sarebbe il caso di impiegare le proprie forze mentali su altri aspetti più importanti ed attuali?
6) Il voto elettronico ha o non ha funzionato?
Dal momento che questa è una materia ancora sperimentale, una prova potrebbe non essere sufficiente a dire sì o no. Andrebbe ripetuta per poter essere raffinata. Schierarsi apertamente e preventivamente pro o contro una tecnologia che potrebbe prevenire fenomeni di scrutatori partigiani e brogli elettorali senza prima capire nel merito se funzionerà a dovere e se e quali procedure vi siano da raffinare equivale ad avere troppe speranze preventive nella tecnologia o una coda di paglia lunga fino alla frontiera.

Altre polemiche che possono essere segnalate saranno affrontate nel merito e nei casi specifici.

venerdì 20 ottobre 2017

Il caso Asia Argento, Weinstein... Adinolfi e altri.

L'ormai ben nota e sordida vicenda di Asia Argento ha destato non poco scalpore e su di essa il mondo social si è particolarmente distinto nel dividersi e a dare mostra di sé in una particolare dicotomia tra innocentisti e colpevolisti, tra chi ha dato addosso alla (controversa) figlia di Dario Argento e  chi l'ha difesa a spada tratta, passando per vari gradi di oscurità ed oscenità, anche purtroppo a livello ideologico.
Pare utile riflettere sulla questione sotto una diversa visione dell'argomento e probabilmente un esempio ed una metafora anche di legge potrà aiutare a capire qualcosa sul tema: per quanto concerne l'attrice nostrana, si parla di un caso "vecchio" e che secondo la legge americana potrebbe essere prescritto o meno: il procedimento penale d'oltreoceano potrebbe fare il suo corso o rimanere impunito dal punto di vista della giustizia dei tribunali, ma che si tratti di qualcosa di brutto e oscuro ci sono ormai pochi dubbi, considerato anche il fatto che non è una persona sola ad aver denunciato il potente produttore Harvey Weinstein, bensì parecchie. E, come lei, dopo diversi anni dagli abusi da lui commessi.

E il fatto che Asia Argento abbia avuto dal soggetto in questione regali costosi ed una relazione dalla durata chiacchierata e non ben definita, anzi nemmeno certa, non può apparire nemmeno così strano, inspiegabile o "da puttana" (come si è letto e sentito da più parti): questo lo si può affermare non solo su base presuntiva o "innocentista", non solo sulla base del fatto che oggi come allora casi del genere si guadagnano una vergognosa eppure certa gogna mediatica e sociale che paradossalmente colpisce la vittima invece del carnefice; ma anche perché pure in Italia vengono commessi reati del genere (e anche altri), che possono essere perpetrati secondo una condizione o un'aggravante molto ricorrenti e previste dal Codice Penale a più riprese: quelle dell'abuso di autorità o di condizioni psicologiche. E quello di una figura come quella del soggetto in parola ne è un esempio decisamente lampante: si può facilmente immaginare come e con quanta facilità possa approfittare della propria posizione un uomo che con una telefonata e una parola potrebbe far sorgere o cadere un contratto, dare occasioni o stroncarle, magari in tutto il settore e praticamente per sempre... e a fronte di ciò, è facile che chi non abbia un carattere molto forte non riesca ad opporsi e a venirne fuori e comunque al forte prezzo di dover rinunciare a sogni e possibile carriera; e se l'abuso di autorità continua e si tramuta addirittura in una spirale di ricatti e continue violenze, anche le apparenze sociali non ne possono che esserne influenzate.
Basti pensare altresì ai fin troppi casi di relazioni domestiche squilibrate o abusi domestici prolungati o anche ai molti casi di femminicidi giovanili o ancora i casi che ogni tanto emergono di ragazzine stuprate da un branco di poco più che coetanei ricattate con video hard: in molti casi la consapevolezza di essere vittime di violenza c'è, ma non si denuncia e anzi si fa finta che vada tutto bene di fronte agli altri e all'universo mondo.... finché non si arriva ad un punto di rottura e qualcosa di peggio non accade. Per chi resta da vedere, a seconda di come si evolvano simili vicende.
In tutti i casi di questo genere, così come in tanti altri che si potrebbero elencare per ore, sono tutte delle ingenue sgualdrine a sopportare mariti, fidanzati, compagni di classe, (ex) amici, colleghi o datori di lavoro per tanto tempo (da mesi ad anni o decenni)?

Purtroppo più di qualcuno pare pensarla in questo modo e non solo gente anonima o che approfitta vigliaccamente degli altri nei modi appena citati, ma anche soggetti più famosi che si pongono e propongono in qualche modo nel ruolo di fari e guide morali... ergendosi però come portatori (in)sani di moralismo di un livello tale da risultare parecchio offensivo ed inappropriato, al punto da essere bannato persino dai tanto contestati social network.
E a buon motivo, dal momento che ormai la storia sta travalicando ogni confine del buon senso e del buon gusto, in quanto Mario Adinolfi ha esplicitamente paragonato Asia Argento ad una prostitua d'alto borgo, con un intento ed un tono rimessi al libero apprezzamento di tutti. Tralasciando il fatto che Asia Argento sarebbe pienamente legittimata a querelare il suddetto bannato da Facebook e che per effetto della recente Riforma Orlando potrebbe farsi risarcire fior di quattrini per questo attacco ingiustificato alla sua figura e alla sua reputazione, urge a questo punto chiarire quello che è stato il grave errore di valutazione ed ideologico che è stato commesso, non solo da lui, ma da lui efficacemente rappresentato e qui ripreso per via di ciò che ha pubblicamente affermato e frainteso.
Nello specifico, ad Adinolfi e a tutti quelli che sono stati affini alla sua posizione è sfuggito un concetto piuttosto delicato e che è già stato esposto più sopra: la violenza assume molteplici forme e non è sempre un atto violento fisico ed immediato, ma può benissimo protrarsi nel tempo e questa possibilità è tanto più alta quanto più è potente e predominante la parte che violenta, ricatta ed abusa della sua influenza. Non si tratta semplicemente di una differenza terminologica, ma di un dato che viene ben stabilito anche dalla legge italiana all'art. 609 bis del Codice Penale.
In particolare è utile sottolineare e riprendere il primo comma della norma citata: 
"Chunque con violenza o minaccia o abuso di autorità costringe taluno a subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni"
Come si può ben leggere, la norma italiana contempla esplicitamente anche il caso di abuso di autorità tra le condizioni con cui si può commettere il reato, condizione che certa parte dell'opinione pubblica (e degli opinionisti da social sempre più arrogantemente diffusi senza avere né arte né parte) pare non aver nemmeno lontanamente preso in considerazione.
E l'altra espressione sottolineata è ben indicativa di quanto sia ampia la portata del reato, quanto sia vasta la tutela dedicata dalla norma al contrasto della violenza: la disposizione citata punisce tutti gli atti sessuali forzati. Qualche lettore superficiale potrebbe pensare ed obiettare che un atto sessuale non è per forza uno stupro... ma questo stesso lettore superficiale incorrerebbe nello stesso tremendo errore di sottovalutare quello che la legge espone e tutela: la libertà sessuale, secondo il citato art. 609 bis c.p. deve essere totale e consensuale da entrambe le parti, dall'inizio alla fine del rapporto. Non è un caso se altre pratiche vergognose ed in sé inspiegabili come lo stealthing possano essere punite dalla stessa norma, perché un atto sessuale iniziato in un modo deve essere poi compiuto in buona fede e senza inganni o travalicazioni da parte di nessuno dei coinvolti in questo stesso atto.
E in simili casi, pagamenti e regalie "riparatorie" possono essere viste come un piccolo e generoso compenso da parte di chi violenta... ma, tornando al punto precedente, si possono benissimo vedere e considerare come un'ulteriore dimostrazione del potere ed estrinsecazione dell'abuso da parte della persona che oltretutto "si degna" di aggiungere qualcosa di materiale dopo la violenza psicologica (prima ancora che fisica) inferta alla sua vittima. Come se ciò bastasse a riparare tutto il male commesso...
Ma come si fa a questo punto a vedere questa (peraltro eventuale) elargizione come un compenso? E come lo si può considerare quindi il prezzo di una prestazione prostitutiva invece dell'ulteriore umiliante sfoggio di potere e di influenza che è?

Anzi, come si fa a considerare questa come prostituzione? Per di più di alto borgo?
Su questo aspetto pare non esserci molta chiarezza in merito da parte dei propugnatori della giusta morale e occorre anzi delineare ancora una volta cosa si possa intendere come rapporto di natura prostitutiva a livello di legge: si tratta di un'obbligazione naturale, ossia di un accordo non scritto e non giudizialmente risarcibile, con cui una persona accetta volontariamente di effettuare atti sessuali dietro compenso precedentemente e liberamente stabilito tra le parti. E a questo punto non si può sottolineare abbastanza il fatto che si tratta di un rapporto liberamente e volontariamente stabilito tra entrambe le parti. In cambio di soldi o altri beni materiali e senza altri rapporti di sorta dopo aver consumato le prestazioni sessuali concordate.
Nulla c'entra qualsiasi considerazione di ordine morale o moralistica che si possa fare sul tema e su cui si potrebbe discutere per ore. E nulla c'entra nemmeno il triste e depreccabile fenomeno, questo veramente "da puttane", di fare favori sessuali al capo in cambio di scatti di carriera e posizioni a scapito di chi se li meriterebbe: a livello di ordinamento, la prostituzione è solamente un rapporto sessuale o una serie di rapporti liberamente concordati in cambio di un prezzo in denaro liberamente stabilito di comune accordo.
Per il resto, il tema della regolamentazione della prostituzione era già stato trattato in precedenza e ancora dovrà essere affrontato in altra sede: basti qui richiamare il video-approfondimento che era stato già pubblicato da tempo.


Non resta quindi che una triste domanda, a cui probabilmente non verrà data una risposta tanto presto: cosa si aspetta a mettere da parte l'ignoranza e l'arroganza di sapere tutto su vicende così complesse e oscure e mettersi invece a capire per bene le cose?
Andare oltre le facili posizioni preconcette che non dicono nulla e non fanno altro che offendere e denigrare chi vive qualcosa che non si dovrebbe vivere è un atto che richiede molto stomaco e molto coraggio. Ma le conseguenze dell'alternativa comodità sono così allettanti?

giovedì 19 ottobre 2017

La Riforma Orlando come cambia la prescrizione?

L'effetto principale e più dirompende della cosiddetta "Riforma Orlando", approvata con la Legge n. 103 del 23 giugno 2017, è già stato trattato nell'approfondimento già dedicato al nuovo regime delle querele.
Ma, come anticipato, quello è stato solamente il primo dei vari cambiamenti introdotti e passati relativamente sotto silenzio nell'estate appena trascorsa. Cambiamenti peraltro non molto facili da analizzare, in quanto la Legge in questione adotta una "tecnica legislativa" piuttosto discutibile: se in passato si potevano criticare articoli composti da fin troppi commi e di difficile lettura, ma che comunque avevano una certa logica interna e non sconfinavano nelle previsioni di altri articoli, contribuendo a creare un disegno in qualche modo organico, in questo caso la legge è composta da un unico articolo e quasi un centinaio di commi che passano senza alcun ordine logico dall'introduzione di nuovi istituti al variare delle pene di alcuni reati al cambiamento della procedura penale.
Leggere un provvedimento del genere diventa un'impresa molto ardua e il compito di disticare la matassa ed interpretarla, prima ancora di renderla comprensibile, viene quindi molto più complicato di quanto già non sarebbe. C'è da augurarsi che tale sciagurata tecnica legislativa sia più unica che rara e che rappresenti anzi in campo di legge la proverbiale espressione "toccare il fondo"...

Ad ogni buon conto, uno degli altri effetti della Riforma Orlando si può riconoscere, oltre che nell'aver reso la maggior parte delle querele una sorta di invito al pagamento, nell'aumento delle pene o nell'esclusione delle attenuanti per alcuni reati.
Per i più curiosi, vengono aumentate a vario modo le punizioni formali per i reati di scambio politico-elettorale, di furto in abitazione e con strappo e di estorsione. Solo questi. Senza una logica apparente e senza un disegno d'insieme. Anzi, questi aumenti di pena sono una sorta di "intermezzo" rispetto a nuove regolamentazioni ben più importanti.

Infatti è un altro e più importante aspetto che appare determinante nel novero della riforma: il cambiamento dei termini di prescrizione e del loro decorso.
La nuova legge prevede infatti che nel caso di reati commessi contro i minorenni, il termine di prescrizione inizia a decorrere dal giorno in cui la vittima raggiunge la maggiore età; analogo spostamento dell'inizio della prescrizione viene fatto in caso in cui siano necessari determinati atti (autorizzazione ad agire, deferimenti, rogatorie internazionali...).
La prescrizione invece addirittura sospesa non solo nei casi già previsti normalmente dall'art. 159 c.p., bensì anche tra i vari gradi di giudizio: è infatti previsto dalla nuova norma che la prescrizione di una causa venga sospesa per un limite massimo di 18 mesi tra i vari gradi di giudizio e dopo l'emanazione della sentenza di ciascuno dei gradi di giudizio che precedono quello in Cassazione. Di conseguenza i tempi processuali, già notoriamente biblici, vengono ulteriormente dilatati fino a tre anni... e quindi le vicende giudiziarie, anziché finire prima, restano ancora più a lungo nei tribunali, dove possono essere accatastate in attesa di essere esaminate e che si possa quindi arrivare ad una pronuncia definitiva. E in caso di assoluzione in appello o di annullamento della sentenza, i termini vengono peraltro computati di nuovo, prorogando ulteriormente i tempi.
Il tutto poi è condito da un ulteriore cambiamento in cui i tempi di prescrizione non vengono semplicemente sospesi, bensì vengono interrotti del tutto e devono quindi ricominciare a decorrere da capo dopo un evento già previsto prima dalla legge, ma che con la riforma assume anche una nuova valenza: l'interrogatorio reso alla Polizia Giudiziara delegata dal Pubblico Ministero ora interrompe la prescrizione.
Una previsione che può avere un senso in indagini particolarmente lunghe e complesse, ma che in altri casi diventa inspiegabilmente dilatoria, per non dire confusa quando stabilisce che questo meccanismo non possa comunque comportare un aumento dei tempi di oltre la metà del periodo di prescrizione ordinario nei reati contro la pubblica amministrazione. Molto più sensato ed organico sarebbe stato prevedere l'interruzione della prescrizione solo per il caso si proceda per alcuni tipi di reati e non in via generale ed in ordine sparso.
Tutta questa modifica del regime della prescrizione vista nel suo insieme appare "leggermente" paradossale rispetto agli intenti iniziali della riforma: a fronte di un tentativo di sfoltire il carico processuale eliminando sostanzialmente tutti i reati minori con querele poco utili ad arrivare in giudizio e forse più idonee ad arrotondare il conto in banca (tentativo già iniziato in precedenza con la particolare tenuità), la Riforma Orlando allunga notevolmente i tempi di "scadenza naturale" delle cause pendenti e future, lasciando sedimentare e trascorrere tanto, troppo tempo per arrivare a decidere e poter risanare le ferite inferte da un possibile fatto di reato.
La conseguenza estrema sembra un po' paradossale e sembra quasi voler dire che è meglio non finire in giudizio, perché altrimenti ci si resta impelagati (molto più) a lungo. Quando in realtà bisognerebbe starci di meno...

mercoledì 11 ottobre 2017

Dovuti chiarimenti sul Referendum lombardo-veneto

Com'è noto, il prossimo 22 ottobre gli abitanti delle Regioni di Lombardia e Veneto saranno chiamati ad esprimere il proprio voto in merito al quesito referendario indetto sull'autonomia... ed è da quando sono comparse le prime pubblicità in merito che si è cominciato, come al solito, a dire tutto ed il contrario di tutto.
Occorre quindi sgombare subito il campo almeno dai dubbi e dai "pettegolezzi" più frequenti che sono stati espressi in proposito:
1) il referendum del 22 ottobre non ha nulla a che vedere con il recente e controverso referendum indetto dai separastiti esteri dalla Catalogna: non si tratta infatti di una consultazione volta ad ottenere l'indipendenza di due Regioni e a fondare uno Stato autonomo ed indipendente all'interno dell'Italia. Non è insito nel quesito referendario e non avrebbe nemmeno quegli effetti: basti considerare che indipendenza ed autonimia non sono sinonimi per capire la portata di questa fandonia;
2) non si tratta di un referendum costituzionale, bensì di uno consultivo: questo aspetto non è di secondaria importanza, perché un referendum consultivo non va ad intaccare in alcun modo la Costituzione o una qualsiasi legge vigente, bensì consiste nella richiesta di un'opinione alla popolazione dotata di diritto di voto su un quesito stabilito da chi indice il referendum;
3) il referendum consultivo non ha alcun valore legale: come già esposto in occasione dell'esame dei vari tipi di referendum e della loro disciplina legale, in Italia hanno valore soltanto due tipi di consultazioni popolari, in quanto espressamente previste dalla Costituzione... e il referendum consultivo non rientra fra queste. Ne consegue quindi che, almeno a livello legale, questo referendum è equivalente ad un sondaggio, solo condotto nei seggi elettorali anziché su siti internet o per la strada.

Chiariti i punti fondamentali, resta da capire ora perché questo referendum sia stato indetto e che valenza abbia.
Nella storia recente, i referendum consultivi non sono certo una novità nemmeno in Italia, benché molti di essi siano rimasti per lo più lettera morta (per non definirli carta straccia) e dopo le rispettive votazioni non se n'è più parlato. Quello di prossima votazione rischia di non avere una sorte differente, ma in questa consultazione vi è una motivazione più sottesa rispetto alle altre: il 22 ottobre sancirà una sorta di illustre ritorno di un'iniziativa già tentata, arenata e dimenticata. Non molti infatti paiono essere al corrente dil fatto che la Regione Lombardia aveva già avviato e tentato una trattativa con il secondo Governo per ottenere una diversa distribuzione delle competenze previste dall'art. 117 della Costituzione, ma all'epoca la trattativa si arenò con la caduta di detto Governo e non venne più instaurata con quelli successivi. A quasi un decennio di distanza, ora si vuole ritentare la stessa iniziativa, ma su una base diversa.
Il vero valore di questo referendum quindi non è insito nella sua natura o nel suo (inesistente) valore legale, ma nel suo implicito significato di legittimazione popolare all'iniziativa e all'opportunità di tentare nuovamente la strada della trattativa con il governo centrale per l'attuazione del dettato costituzionale e la diversa distribuzione delle competenze amministrative.

Per quanto concerne specificamente la Lombardia, la consultazione popolare prossima ventura assume anche un'ulteriore valenza per molti versi sperimentale: la Regione è infatti finita nella bufera delle polemiche per i costi dell'acquisto di tablet per solgere il reefrendum con la nuova forma di voto elettronico... senza tenere in debito conto che questo acquisto è solo l'applicazione recente ed attuale di quanto in realtà già previsto ed approvato dalla Regione già dal 2016 con apposito Regolamento Regionale e quindi senza riflettre sul fatto che questa è una spesa "una tantum", valida anche per tutti gli analoghi referendum prossimi venturi (non a caso, il chiacchierato referendum consultivo del Sindaco di Milano sulla riapertura dei navigli previsto per aprile 2018 rientrerà in questa stessa categoria).
Questo Regolamento disciplina compiutamente le nuove modalità di voto, tramite dispositivi appositi, misure di sicurezza, criteri di valutazione e modalità di trasmissione dei risultati. E una lettura anche solo superficiale del Regolamento evidenzia un dato di fatto non molto ben calcolato: non si tratta quindi solo di fare un grande sondaggio in seggi elettorali, ma anche di sperimentare una nuova modalità di voto, per una volta tanto non ispirata al "grande modello americano", ma all'intento di correggere le storture evidenziate nelle votazioni passate e ad evitare quanto più possibile brogli e più o meno piccole variazioni ad opera di "scrutatori partigiani" (che purtroppo non sono un mito invntato per gridare ai brogli, ma una realtà tristemente diffusa). Oltre ad un secondo "effetto collaterale" di togliere la possibilità di scrivere polemiche o insulti liberi e stupidamente inutili sulle schede elettorali.
A voler ben vedere, si tratta di un esperimento molto interessante e che, se avrà successo, potebbe estendersi in futuro anche a votazioni provviste di tutto il valore legale del caso... e quale miglior campo sperimentale di un tipo di referendum che non produrrà effetti nell'ordinamento, ma di cui non si può non sentir parlare?